L’influsso del Dasein duginiano sulla Grande Guerra Santa - seconda parte
Schede primarie

Davos e il Multipolarismo
Attualmente si parla molto di multipolarismo, ossia di un’alternativa geopolitica di Civiltà-Stato al tentativo di instaurare il Governo planetario, sia nella sua fase esplicitamente “unipolare” a trazione USA & NATO, sia nella sua effettiva padronanza “non polare” attraverso il World Economic Forum (WEF) fortemente ancorato al potere della finanza globale e delle grandi aziende multinazionali, le quali ogni anno a Davos si danno appuntamento per fare il punto circa il compimento della strategia finale del totalitarismo liberale. Ossia la pianificazione strutturale di un futuro imminente, non più occulto, ma visibile da tutti alla luce del sole multimediatico, il quale prevede l’implementazione della Quarta Rivoluzione Industriale robotica e transumana, nonché la progressiva abolizione della proprietà privata individuale secondo l’Agenda 2030 ribadita recentemente dal fondatore del WEF Klaus Schwab: “You’ll own nothing. And you’ll be happy. Non possederai nulla. E sarai felice”, noto come il Grande Reset.
Entrato nella terza fase simmetrica della Guerra Culturale contro l’unipolarismo, il multipolarismo vede il suo esordio politico-militare nel febbraio 2022 con l’Operazione Militare Speciale della Federazione Russa nel Donbass contro il governo russofobo ucraino, ed il suo debutto economico-finanziario attraverso l’ampliamento dell’alleanza economica del BRICS a molti altri Stati del pianeta che soffrono direttamente o indirettamente dell’ingerenza politica ed economica americana. Il BRICS sta anche implementando un processo finanziario graduale di abbandono del dollaro USA quale moneta di scambio internazionale, a favore di un processo di utilizzazione delle valute di scambio nazionali conosciuto come de-dollarizzazione.
Resta inutile, nel contesto di questo Articolo, ribadire l’esatta conoscenza delle linee fondanti della Quarta Teoria Politica necessarie per avere inequivocabilmente una corretta visione e concezione di ciò che sia realmente il multipolarismo. Tale esplicitazione l’abbiamo già fatta nel precedente Articolo, pubblicato su questo canale Telegram di Idee&Azione, diretto da Lorenzo Maria Pacini, responsabile italiano del Movimento Internazionale Eurasiatista, dal titolo Il Multipolarismo tra insidie della strategia non polare e Quarta Teoria Politica (https://telegra.ph/Il-Multipolarismo-tra-insidie-della-strategia-non-polare-e-Quarta-Teoria-Politica-10-04). In tale Articolo sottolineavamo altresì due possibili aporie nel futuribile mondo multipolare:
* la prima aporia avente per oggetto una possibile visione multipolare riduttiva da parte degli attori del multipolarismo, la quale in un futuro più o meno prossimo potrebbe innescare conflitti regionali per l’accaparramento delle risorse energetiche da parte di contendenti di macroaree geopolitiche contigue;
* la seconda aporia di ordine metapolitico, data dalla eventuale mancanza di sincera volontà politica da parte della Cina maoista e di altri attori del marxismo-leninismo internazionale di rinunciare alla lotta di classe e ai piani di conquista di aree geopolitiche confinanti nelle quali la loro influenza è molto presente economicamente, evitando così il passaggio doloroso e in parte cruento che comporterebbe il transito dalla egemonia della Seconda Teoria Politica marxista-leninista alla Quarta Teoria Politica basata sul realismo naturale dell’Imperium.
In questo Articolo ci preme invece sottolineare alcune riflessioni sulla prassi della Quarta Teoria Politica, ossia sull’affermazione di unità tra theoria e praxis proposte da Aleksandr Dugin nel suo volume La Quarta Teoria Politica, riflessioni che vanno ad aggiungersi alla prima parte di questo nostro excursus di riflessione critica dal titolo: L’influsso del Dasein duginiano sulla Grande Guerra Santa (che potrete trovare al seguente link: https://telegra.ph/Linflusso-del-Dasein-duginiano-sulla-Grande-Guerra-Santa-parte-1-10-12).
Riflessioni sulla Prassi della Quarta Teoria Politica
«Il punto è che se parliamo del nucleo più interno della Quarta Teoria Politica e delle sue questioni fondamentali, capiamo che l’idea centrale della Quarta Teoria Politica è allontanarsi dal dualismo tra soggetto e oggetto, tra intenzione e realizzazione e dalla topografia duale su cui sono basate la filosofia della modernità, la scienza della modernità e la politologia della modernità. Non è un caso che parliamo del Dasein come soggetto di una teoria politica. Il Dasein, come proposto da Heidegger, è un modo di superare la dualità soggetto-oggetto, ossia un’aspirazione a trovare la radice dell’ontologia. (...) Nietzsche ha detto “Non già quando la verità è sudicia, ma quando è poco profonda colui che ricerca la conoscenza esita a tuffarsi nella sua acqua”. Come possiamo formarci, di conseguenza, una visione chiara di cosa sia la Prassi della Quarta Teoria Politica? (...) Dovremmo considerare la prassi come teoria, il principio come manifestazione, l’essenza mentale come attività e il pensiero come azione. Che cos’è la Prassi della Quarta Teoria Politica? È contemplazione. Qual è la manifestazione della Prassi della Quarta Teoria Politica? È un principio che dev’essere rivelato. (...) La Prassi della Quarta Teoria Politica ci conduce alla natura del mondo soprannaturale, all’antitesi della metafora di Weber sulla realizzazione dell’aspetto tecnico del progetto [1]. Cos’è il mondo soprannaturale? È un mondo dove non c’è barriera tra l’idea e la sua realizzazione. È il principio di adottare una visione magica del mondo basata sull’idea che il pensiero è l’unica cosa che attraversa i mondi, e tutto ciò che ci consente di attraversarli non è più di un pensiero. Che tipo di pensiero? Pensiero puro. Il veicolo della Quarta Teoria Politica e della sua Prassi vive in un mondo soprannaturale. Che cos’è la “mentattività”? È una transustanza, una trasformazione dello spirito nel corpo e del corpo in spirito, ed è la questione principale dell’ermetismo. Siamo giunti a realizzare che la Prassi della Quarta Teoria Politica non è una rozza realizzazione della Quarta Teoria Politica in uno spazio in cui la teoria è ipoteticamente diversa dalla sua prassi. Non c’è, nella Prassi della Quarta Teoria Politica, uno spazio ulteriore, un altro topos, un’altra topologia rispetto alla teoria (...)». [2]
Il pensiero di Aleksandr Dugin è acqua pura. Un enorme e violenta cascata di acqua pura. Un diluvio di acqua pura. Le sue riflessioni attorno alla Quarta Teoria Politica purificano e scuotono gli animi ancora immersi nei veleni di Theoria & Praxis delle tre Teorie Politiche della Modernità, ossia liberalismo, comunismo, nazionalsocialismo, additando un cammino diverso e la costruzione di una prassi indivisa e indivisibile dalla teoria il cui esito ultimo metapolitico è l’affermazione e la messa in opera di una weltanschauung dell’Imperium multipolare delle Civiltà- Stato.
Una prassi acquisita dall’eredità del realismo fenomenologico presente nel Dasein di Martin Heidegger, che segna l’inizio della nuova filosofia, il ritorno della contemplazione del reale come azione vivificante metapolitica che rinnova la geopolitica in chiave etnosociale e multipolare, la morte delle utopie filosofiche che hanno distrutto l’Europa e l’Occidente.
Una prassi ed una teoria indivisa e indivisibile, in fase di costruzione e aperta al contributo di molti secondo il volere dello stesso Dugin, che si realizza nel Dasein heideggeriano, nell’Esser-ci, attraverso la contemplazione dell’”Evento” [3] come ritorno dell’Essere, e l’esplicitazione indivisa di quel “Frammezzo” [4] che lega indissolubilmente teoria e prassi nella Quarta Teoria Politica e che è lo stesso Dasein come realizzazione di questa indissolubilità.
A questo legame indissolubile tra teoria e pratica vivente nel Dasein, a questa radice ontologica da cui entrambe scaturiscono, che si identifica con lo stesso Dasein e che rappresenta un profondo legame vitale ed esistenziale capace di ri-fondere la stessa teoria-pratica, lo stesso soggetto-oggetto e la stessa intenzione-realizzazione nella visione contemporanea del Motore immobile e del hic et nunc, a questa ritrovata indissolubilità potremmo dare il nome di Presenza [5], sia come luogo di coabitazione indivisa tra l’Essere e l’Esser-ci (Frammezzo), sia come apertura dell’Esserci all’Essere (Evento), sia come partecipazione dell’Esser-ci all’Essere capace di conciliare metafisicamente la mistica esperienziale monoteista (noi due Uno) con quella hindu-vedica (Uno senza secondo) nella via di mezzo proposta dall’Advaita Vedanta (non Due non Uno).
L’indissolubilità tra teoria e azione era cosa già nota e soprattutto vissuta in quella lunga fase storica che il prof. Dugin sintetizza come Premoderno, la quale corrisponde filosoficamente e geopoliticamente all’Antichità classica e alla sua erede la Civiltà cristiana dell’Imperium e dei regni cristiani detta Cristianità o Res Publica Christiana. Civiltà, allora non ancora conosciuta col nome di Europa. Infatti, al dire dello storico aostano Federico Chabod, l’idea di Europa come quella di Nazione nascono, prendono coscienza e si affermano nel corso della Modernità:
«La moderna idea d’Europa ha la sua preistoria nell’età antica. In essa per la prima volta si diffonde la coscienza di una civiltà comune fondata sulla libertà politica e sulla cultura. Dopo un lungo periodo in cui sembra dissolversi nell’universalismo dell’impero romano e della res publica christiana medievale, la coscienza europea riceve con Machiavelli la sua prima vigorosa formulazione, in termini politici: Europa è, in opposizione all’uniformità e al dispotismo dei regimi asiatici, molteplicità di forme di organizzazione politica, pluralità di volontà politiche in esse. Ma è nel Settecento che l’Europa viene concepita come un unico corpo politico e culturale, con identiche forme di produzione e scambio, comuni istituti di diritto pubblico e privato, comuni valori culturali e morali. Con Rousseau e il Romanticismo si apre il conflitto tra le individualità nazionali e il cosmopolitismo dell’europeismo settecentesco. L’elaborazione di una nuova forma dell’idea di Europa, come comunità politica di libere nazioni e come unità civile costituita storicamente con gli apporti delle diverse culture nazionali, sarà opera dei protagonisti dei movimenti democratici dell’800 come Mazzini o di storici liberali, come Ranke e Guizot. La prima stesura di questo corso universitario è del 1943-44: mentre i nazionalismi dell’anti-Europa si tramutavano successivamente in assertori di una nuova Europa sotto il segno della svastica e del littorio nel tentativo di imporre il neue Ordnung europeo». [6]
Pur differenziandosi sostanzialmente in due grandi filoni filosofici, quello platonico-agostiniano e quello aristotelico-tomista, che perpetuavano l’insegnamento e l’eredità dei due grandi filosofi classici ricavandone nuove intuizioni e verità interfacciate con il logos cristiano, tuttavia il tema della distinzione tra theoria e praxis nella Cristianità medioevale restava nell’alveo di una solida indivisibilità, come ci ricorda tra l’altro Jacques Maritain nel suo Volume: Distinguere per unire. I gradi del sapere. [7]
Nella sua essenza più profonda, questo pensiero filosofico Premoderno trova la sua unità indissolubile tra teoria e prassi, in quanto attraverso l’esercizio della contemplazione della realtà fisica e di quella metafisica, esso fa uso dell’intuizione. L’intuizione è la prima struttura spirituale con cui si manifesta l’anima umana (non è quindi un’attività della mente), “risvegliata” dalla bellezza, dalla gerarchia e dalla complessità dell’ordine divino – e al divino sia in forma politeista prima che monoteista poi tale pensiero non ne nega l’esistenza. Viene così a perpetuarsi un esercizio proprio dell’essenza dell’anima che consiste nel cogliere attraverso la visione delle idee, dei simboli, degli archetipi, le verità proprie della natura e del cosmo.
Il pensiero derivante da questa contemplazione intuitiva, ossia la “riflessione critica” o “speculazione” – le cui etimologie ricordano chiaramente la continuità del processo della contemplazione – sui dati di natura, nonché la prassi conseguente, viene dettata da quel contemplata aliis tradere, che rivela una neutralità di giudizio che ritroveremo poi solo molti secoli dopo nell’epoché di Edmund Husserl e dei suoi migliori allievi. Questo modo di procedere nella conoscenza del reale: Vedo>Rifletto>Agisco, è sempre saldamente unito a un sottofondo spirituale di comunione col divino, nonché fortemente etico di ascesi virtuosa per purificare corpo, mente e anima dall’ottenebramento dei vizi capitali e utile ad avere una chiara visione contemplativa priva di interferenze.
Il capovolgimento dell’Antropocentrismo e il processo delle Idee nella Modernità
Con la Modernità cambia invece qualcosa prima lentamente e poi rapidamente, così che alla fine quel qualcosa diventa il primo conato della Rivoluzione satanica che invade lo spazio temporale sacro della Cristianità, attuando nella storia europea il rovesciamento definitivo dalla weltanschauung del teocentrismo a quella dell’antropocentrismo. Lasciamocelo raccontare in modo sintetico da uno dei magistrali pensatori controrivoluzionari del XX Secolo, Plinio Corrêa De Oliveira, dal cui Saggio Rivoluzione e Contro-Rivoluzione estrapoliamo alcuni passaggi essenziali, per capire i motivi profondi di tale capovolgimento, nonostante la sua speculazione intellettuale si fermi con la sua morte (1995) all’era Gorbaciov/Eltsin, predicendo l’avvento del Postmoderno col nome di IV Rivoluzione con tendenze tribaliste in campo economico-sociale; strutturaliste nella dimensione filosofica e metapolitica; neo-moderniste, pentecostaliste e dissolutiste nell’ambito teologico ed ecclesiale proprio di quella demolizione ad intra che vediamo attuarsi nella Chiesa cattolica:
«(…) Chi potrebbe affermare che la causa principale della nostra situazione presente sia lo spiritismo, il protestantesimo, l’ateismo o il comunismo? No. La causa è un’altra, impalpabile, sottile, penetrante, come fosse una potente e temibile fonte radioattiva. Tutti ne sentono gli effetti, ma pochi saprebbero dirne il nome e l’essenza. (…) Questo nemico terribile ha un nome: si chiama Rivoluzione. La sua causa profonda è una esplosione di orgoglio e di sensualità che ha ispirato, non diciamo un sistema, ma tutta una catena di sistemi ideologici. Dall’ampia accettazione data a questi nel mondo intero, sono derivate le tre grandi rivoluzioni della storia dell'Occidente: la Pseudo-Riforma, la Rivoluzione francese e il comunismo. (…) L’orgoglio conduce all’odio verso ogni superiorità, e porta quindi all’affermazione che la disuguaglianza è in sé stessa, su tutti i piani, anche e principalmente su quello metafisico e religioso, un male: è l’aspetto ugualitario della Rivoluzione. La sensualità, di per sé, tende ad abbattere tutte le barriere. Non accetta freni e porta alla rivolta contro ogni autorità e ogni legge, sia divina che umana, ecclesiastica o civile: è l'aspetto liberale della Rivoluzione. (…)
Nel secolo XIV si può cominciare a osservare, nell’Europa cristiana, una trasformazione di mentalità che nel corso del secolo XV diventa sempre più chiara. Il desiderio dei piaceri terreni si va trasformando in bramosia. I divertimenti diventano sempre più frequenti e più sontuosi. Gli uomini se ne curano sempre più. Negli abiti, nei modi, nel linguaggio, nella letteratura e nell'arte, l’anelito crescente a una vita piena dei diletti della fantasia e dei sensi va producendo progressive manifestazioni di sensualità e di mollezza. Si verifica un lento deperimento della serietà e dell’austerità dei tempi antichi. Tutto tende al gaio, al grazioso, al frivolo. I cuori si distaccano a poco a poco dall’amore al sacrificio, dalla vera devozione alla Croce, e dalle aspirazioni alla santità e alla vita eterna. La Cavalleria, in altri tempi una delle più alte espressioni dell’austerità cristiana, diventa amorosa e sentimentale, la letteratura d’amore invade tutti i paesi, gli eccessi del lusso e la conseguente avidità di guadagni si estendono a tutte le classi sociali. Questo clima morale, penetrando nelle sfere intellettuali, produsse chiare manifestazioni di orgoglio, come per esempio il gusto per le dispute pompose e vuote, per i ragionamenti sofistici e inconsistenti, per le esibizioni fatue di erudizione, e adulò vecchie tendenze filosofiche, delle quali la Scolastica aveva trionfato, e che ormai, essendosi rilassato l’antico zelo per l’integrità della fede, rinascevano sotto nuove forme. L’assolutismo dei legisti, che si pavoneggiavano nella conoscenza vanitosa del diritto romano, trovò in Prìncipi ambiziosi una eco favorevole. E di pari passo si andò estinguendo nei grandi e nei piccoli la fibra d’altri tempi per contenere il potere regale nei legittimi limiti vigenti al tempo di san Luigi di Francia e di san Ferdinando di Castiglia.
Questo nuovo stato d'animo conteneva un desiderio possente, sebbene più o meno inconfessato, di un ordine di cose fondamentalmente diverso da quello che era giunto al suo apogeo nei secoli XII e XIII. L’ammirazione esagerata, e non di rado delirante, per il mondo antico, servì da mezzo di espressione a questo desiderio. Cercando molte volte di non urtare frontalmente la vecchia tradizione medioevale, l’Umanesimo e il Rinascimento tesero a relegare la Chiesa, il soprannaturale, i valori morali della religione, in secondo piano. Il tipo umano, ispirato ai moralisti pagani, che quei movimenti introdussero come ideale in Europa, e la cultura e la civiltà coerenti con questo tipo umano, non erano che i legittimi precursori dell’uomo avido di guadagni, sensuale, laico e pragmatista dei nostri giorni, della cultura e della civiltà materialistiche nelle quali ci andiamo immergendo sempre più. Gli sforzi per un Rinascimento cristiano non giunsero a distruggere nel loro germe i fattori dai quali derivò il lento trionfo del neopaganesimo. (…)
(…) Per quanto grande sia l'odio della Rivoluzione contro l’assolutismo regio, è ancora più grande il suo odio contro i corpi intermedi e la monarchia organica medioevale. Questo avviene perché l'assolutismo monarchico tende a mettere i sudditi, anche quelli più altolocati, a un livello di reciproca uguaglianza, in una situazione menomata che preannuncia già quell’annullamento dell’individuo e quell’anonimato, che raggiungono la massima espressione nelle grandi concentrazioni urbane della società socialista. Fra i corpi intermedi che devono essere aboliti, occupa il primo posto la famiglia. Nella misura in cui non riesce a estinguerla, la Rivoluzione cerca di sminuirla, mutilarla e vilipenderla in tutti i modi. (…)
Rivoluzione nelle tendenze. (…) la Rivoluzione è un processo fatto di tappe, e ha la sua origine prima in determinate tendenze disordinate che ne costituiscono l’anima e la forza di propulsione più intima. Così, possiamo anche distinguere nella Rivoluzione tre profondità, che cronologicamente fino a un certo punto si compenetrano. La prima, cioè la più profonda, consiste in una crisi delle tendenze. Queste tendenze disordinate, che per loro propria natura lottano per realizzarsi, non conformandosi più a tutto un ordine di cose che è a esse contrario, cominciano a modificare le mentalità, i modi di essere, le espressioni artistiche e i costumi, senza incidere subito in modo diretto – almeno abitualmente – sulle idee.
Rivoluzione nelle idee. Da questi strati profondi, la crisi passa al terreno ideologico. Infatti -- come ha posto in evidenza Paul Bourget nella sua celebre opera Le démon du midi – “bisogna vivere come si pensa, se no, prima o poi, si finisce col pensare come si è vissuto”. Così, ispirate dalla sregolatezza delle tendenze profonde, spuntano dottrine nuove. Esse cercano talora, all’inizio, un modus vivendi con quelle antiche, e si esprimono in modo da mantenere con queste una parvenza di armonia, che normalmente non tarda a sfociare in lotta dichiarata.
La Rivoluzione nei fatti. Questa trasformazione delle idee si estende, a sua volta, al terreno dei fatti, da cui passa a operare, con mezzi cruenti o incruenti, la trasformazione delle istituzioni, delle leggi e dei costumi, tanto nella sfera religiosa quanto nella società temporale. È una terza crisi, ormai completamente nell’ordine dei fatti. (…)
(…) Due nozioni concepite come valori metafisici esprimono adeguatamente lo spirito della Rivoluzione: uguaglianza assoluta, libertà completa. E due sono le passioni che più la servono: l'orgoglio e la sensualità. (…) Per maggiore brevità, conformandoci all'uso di diversi autori spirituali, tutte le volte che parliamo delle passioni come fautrici della Rivoluzione, ci riferiamo alle passioni disordinate. E, in accordo con il linguaggio corrente, includiamo nelle passioni disordinate tutti gli impulsi al peccato esistenti nell'uomo in conseguenza della triplice concupiscenza: quella della carne, quella degli occhi e la superbia della vita.
(…) Accanto all'orgoglio, generatore di ogni ugualitarismo, sta la sensualità, nel senso più ampio del termine, fonte del liberalismo. In queste tristi profondità si trova il punto di incontro tra questi due princìpi metafisici della Rivoluzione, l'uguaglianza e la libertà, che da tanti punti di vista sono contraddittori.». [8]
Con la rivoluzione dell’antropocentrismo, innescata dall’allontanamento da Dio, dalla Chiesa e dall’ascesi contro i vizi capitali, nella Modernità si afferma anche una rivoluzione del pensiero, che a tappe prima anestetizza il soprannaturale con il meccanicismo e il deismo (Dio come grande architetto), poi lo esclude con il dubbio agnostico e l’ateismo (Dio non esiste o se per caso esiste non possiamo conoscerlo), infine lo elide con il liberalismo, l’idealismo e i suoi capovolgimenti, la psicanalisi (Dio è il mercato, l’idea, la materia, la lotta di classe, la razza, la Nazione, lo Stato, l’inconscio).
Nel processo delle idee, per sommi capi, notiamo nella Modernità una separazione tra theoria e praxis a causa della drastica soppressione della comunione con Dio e della conseguente morte dell’anima, che provoca quindi un allontanamento della capacità e della volontà di fare uso della contemplazione nell’analisi del reale, trasformando così il pensiero da riflessione/speculazione a cogitazione/raziocinio, in quanto l’essere umano avendo perso l’anima viene sempre più considerato con infinite sfumature un conglomerato corpo/mente.
Le tendenze sregolate e i vizi capitali si impongono in tutto il cammino storico della Modernità e nell’attuale Postmoderno, come si dice “facendola da padroni” e prospettando idee inedite per un nuovo mondo e per un nuovo modo di vivere liberi dai legami naturali, nell’illusione della falsa libertà della “carne”, intesa qui in senso paolino come tutto ciò che si oppone alla trascendenza e al governo amorevole di Dio sulla sua creazione. Una libertà quindi soggettivista che cerca di incanalare nelle nuove filosofie l’inquietudine, il turbamento e l’accondiscendenza di chi si è arreso ai vizi capitali e vuole liberamente farsi comandare dai loro impulsi.
Tale impulsività innalzata a idea e a legge la troviamo nell’etimologia della parola cogitare (dal latino, der. di agitare col prefisso co-; propr. “agitare dentro di sé, nella propria mente”) che rivoluziona tutto il pensiero moderno e postmoderno, e che ci dà piena comprensione del nuovo corso del pensiero in cui l’azione non è più un movimento indissolubile con la teoria nella contemplazione della realtà, ma un’azione disincarnata e figlia di un’agitazione della mente che si vuole “creare” da sé una propria realtà e vuole l’interpretazione unilaterale di questa realtà. In altre parole si passa dall’osservazione oggettiva (contemplativa) e dalla conseguente riflessione critica della realtà per come essa si presenta e per come essa è, a un’idea soggettiva (cogito) della realtà e a conseguenti raziocini che non coincidono più con la realtà stessa, in cui l’esempio delle elucubrazioni di De Sade, di Darwin e di Freud restano tra le più tenebrose ed avvincenti.
Come ci insegna sapientemente Aleksandr Dugin:
«La modernità, con il suo affidarsi al materialismo e alla teoria dell’evoluzione, ha perso quasi completamente questa dimensione, costruendo la sua epistemologia e la sua psicologia sul modello di un uomo senza anima, cioè senza una dimensione interiore sovrana». [9]
Così il dualismo che da ora in poi segnerà soggetto-oggetto e teoria-prassi, trova le sue origini nel primo riduttivo dualismo antropologico corpo-mente, attraverso la morte decretata all’anima dalla Modernità. Di questo riduttivo dualismo corpo-mente, opposto alla visione tradizionale anima-mente-corpo, come anche della lotta per un ritorno ad uno statuto epistemologico riguardo la realtà ontologica dell’anima individuale e dei suoi parallelismi per un’ascesi sociale dell’Anima collettiva ce ne occuperemo nella futura terza parte di questo Articolo.
Per ora ci basti sapere che questo dualismo, il quale col cogito ergo sum cartesiano rovescia il sum ergo contemplor della Tradizione e si esprime inizialmente nella res cogitans e nella res extensa, trasferisce in toto il suo dubbio all’agnosticismo kantiano, per infine transitare nelle false certezze dell’idealismo hegeliano e del suo capovolgimento marxiano. Qui il dualismo egemonico dell’Idea che crea la realtà (e non viceversa) si manifesta nella continua relatività immanente della triade tesi-antitesi-sintesi che va a soppiantare definitivamente la binarietà tradizionale e trascendente delle coppie metafisiche e teologiche verità opposta all’errore, bene opposto al male, amore opposto all’odio, le quali animavano l’Antichità classica e la Civiltà Cristiana. Una triade che trova poi collocazione negli istituti del liberalismo, dove nei Parlamenti non trovano più spazio la Verità e il Bene, ma vengono sostituiti dal binomio tesi-antitesi di Destra-Sinistra, che trova poi la sintesi nelle decisioni della maggioranza.
Per un nuovo inizio della Tradizione immortale, per la nascita e la moltiplicazione del Soggetto Radicale, per la lotta feroce contro il Postmoderno transumano e globalista, per l’avvento dell’Imperium con il passaggio del guado ed il passaggio al bosco, per la nostra decisiva e definitiva transizione in continuità ideale alla Quarta Teoria Politica, senza volgere indietro lo sguardo e non essere adatti al Regno di Dio [10], ci confortino le parole del Prof. Dugin che ci spingono ad una sana ironia e alla realtà sempre più vicina dei Tempi Ultimi:
«Così la Quarta Teoria Politica può facilmente volgersi a tutto ciò che ha preceduto la modernità per trarne ispirazione. Il riconoscimento della “morte di Dio” cessa di essere l’imperativo categorico per coloro che vogliono contare qualcosa. Il popolo della postmodernità è già così rassegnato da non riuscire più a capirlo – “Chi è morto esattamente? “. Ma, comunque, gli estensori della Quarta Teoria Politica possono scordarsi di questo “evento”: “crediamo in Dio ma ignoriamo coloro che parlano della Sua morte, così come ignoriamo le parole dei pazzi”. Ciò segna il ritorno della teologia, e diventa un elemento essenziale della Quarta teoria politica. Al suo ritorno, la postmodernità (globalizzazione, postliberalismo, e la società postindustriale) è riconosciuta senza difficoltà come “il regno dell’Anticristo” (o delle sue controparti in altre religioni – “Dajjal” per i musulmani, “Erev Rav” per gli ebrei, e “Kali Yuga” per gli indù, e così via). Questa non è semplicemente una metafora capace di mobilitare le masse, ma un fatto religioso – il fatto dell’Apocalisse». [11]
Nella commemorazione di Sant’Alberto Magno, 15 novembre 2023
René-Henri Manusardi
[1] Max Weber credeva che scienza e tecnica avessero reso impossibile, per l’uomo moderno, credere nel soprannaturale (“disincanto del mondo”).
[2] Aleksandr Dugin, La Quarta Teoria Politica, Cap. La Prassi della Quarta Teoria, NOVA EUROPA, Milano 2017, pp. 256, 259-260.
[3] Trad. di “Ereignis”. «Heidegger usava un termine particolare Ereignis – I’”evento” – per descrivere questo improvviso ritorno dell’Essere, che si colloca precisamente alla mezzanotte della notte del mondo – nel momento più oscuro della storia. Heidegger stesso era costantemente indeciso se tale punto si fosse raggiunto o “non ancora”. L’eterno “non ancora” ... La filosofia di Heidegger può dimostrarsi l’asse portante in grado di riconnettere tutto intorno a sé, dalle riconciliate seconda e terza teoria politica al ritorno della teologia e della mitologia. Così, il cuore della Quarta Teoria Politica, il suo centro magnetico, è la progressiva traiettoria verso il venturo Ereignis (“l ’evento” ), che darà vita al ritorno trionfante dell’Essere proprio nel momento in cui l’umanità se ne dimentica, una volta per tutte, al punto che le ultime tracce di esso saranno scomparse». Ibidem, p. 28.
[4] Trad. di “Inzwischen”. «Heidegger cita l’inzwischen, il “frammezzo”, proprio parlando dell’esistenza del Dasein, la principale natura del Dasein essendo proprio il “frammezzo”. Dasein è inzwischen. Quando parliamo della Quarta Teoria Politica non dovremmo utilizzare il sistema del dualismo politico classico, che è la sistemazione topografica tanto della modernità quanto dei tempi di Aristotele, e presumere che il suo soggetto e il suo cuore, la base del polo che è la Quarta Teoria Politica, sia il Dasein». Ibidem, p. 256.
[5] Presenza (ant. presenzia) s. f., dal lat. praesentia, der. di praesens -entis «presente». Presente dal latino praesens , dal verbo PRÆSUM composto da prae- ossia "pre-" davanti, e "sum" sono, presente indicativo di esse ovvero "essere". Essere v. intr. [lat. esse (volg. essere), pres. sum, da una radice *es-, *s- che ricorre anche nel sanscr. ásti «egli è», gr. ἐστί, osco est, ant. slavo jestŭ.
[6] Federico Chabod, Storia dell’idea di Europa, Editori Laterza, Bari 1971, p. 20 e segg. Sintesi dalla Seconda di Copertina.
[7] Edizioni Morcelliana, Brescia 2013, sesta edizione.
[8] Traduzione di Giovanni Cantoni. Edizione web in Free Open Content, curata da Luci dell’Est, riferentesi all’Edizione del 1976 di Ed. Cristianità, priva di numeri di pagina.
[9] Aleksandr Dugin, Articolo: Postmoderno alternativo: un fenomeno senza nome, citazione dal Paragrafo: La scoperta della dimensione interiore dell’uomo, pubblicato sul website Geopolitika.ru, del 21 settembre 2023.
[10] Cfr. Vangelo di Luca 9,62.
[11] Aleksandr Dugin, Op. cit., pp. 24-25.
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