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Il Deserto dei Tartari.L'ufficiale Drogo e la fine del mondo

Qual è il segreto del fascino di questo romanzo breve dalla prosa scarna e veloce? Perché è un capolavoro quest'opera di Dino Buzzati tanto da riuscire trasfigurarsi in un analogo doppio nell'affascinante film di Valerio Zurlini (1976)? Con poche pennellate Buzzati riesce creare per evocazione allusiva immensi paesaggi umani e naturali. Con poveri cenni si aprono silenzi leopardiani, vertigini mistiche, e si condensa in poche semplici parole un epos eroico più interiore che fattivo, più amato e percepito nelle sue potenzialità che vissuto pienamente. Drogo incarna come forma-simbolo universale tutta l'umanità della Fortezza, tutta l'umanità del mondo colta nei suoi aspetti virili ed eroici. Essi vivono incorporati in una Fortezza che vive anch'essa, come un'estensione del loro corpo, testimone spirituale delle tensioni ideali che custodisce. Essi vivono nel medesimo travaglio esistenziale postmoderno di Oreste, ultimo re di Sparta, dato dal non essere più nel Mito e nella sua gloria e non ancora nella Storia, quale ritorno del Mito nel tempo, quale epifania di “quell'Ora della Gloria” tanto desiderata e per la quale sacrificare lo scorrere della vita.

INTRODUZIONE A NOOMACHÌA. LEZIONE 3. IL LOGOS DELLA CIVILTÀ INDOEUROPEA

L’individuazione della patria originaria costituisce un punto centrale nello studio della civiltà indoeuropea. Un secondo punto fondamentale da tener presente è che le prime culture indoeuropee erano nomadi, quindi strettamente legate alla pastorizia. Le prime tribù turaniche erano cioè costituite sostanzialmente da pastori nomadi. A tal proposito, consiglio la lettura delle opere di Marija Gimbutas, archeologa e linguista lituana, la quale ha illustrato brillantemente l’espansione indoeuropea. Secondo Marija Gimbutas, così come per numerosi scienziati e archeologhi russi, l’origine delle tribù indoeuropee va collocata da qualche parte a sud degli Urali, presso la città di Čeljabinsk, dove è stato recentemente scoperto un antichissimo insediamento turanico delle tribù indoeuropee nomadidal nome Arkaim.

La catabasi del Soggetto Radicale

In una società come la nostra, fondata esclusivamente sul concetto di homo oeconomicus, in cui a farla da padrone sono il danaro, i fatturati e i profitti commerciali, appare incredibile il fatto che i libri di Aleksandr Dugin, uno dei filosofi odierni più discussi dai media e pertanto richiesti dai lettori, vengano improvvisamente rimossi da Amazon, l’internet company più grande al mondo. Il motivo è presto detto. L’Autore russo ha avuto la malaugurata idea di lanciare un guanto di sfida al mainstream, pubblicando una serie di volumi nei quali contesta in maniera precisa e puntuale il pensiero unico. Sul punto ci soccorre il lavoro di Eugenio Capozzi, che ha evidenziato come l’ordine costituito sia abile nell’utilizzare le pastoie del politicamente corretto con un’impostazione da “catechismo civile” per censurare coloro che manifestano idee differenti da quelle accettate dalle culture egemoni, rilevando che esso rappresenta: «L’espressione di un’ideologia, impostasi nelle società occidentali nell’ultimo mezzo secolo, paradossalmente mentre il luogo comune dominante sosteneva la morte delle ideologie»  trattandosi di: «un’incarnazione estrema del progressismo, fondata su un relativismo etico radicale, e su un’idea altrettanto radicale dell’autodeterminazione del soggetto.»

Anima stante e non cadente

I libri di Evola sono costruiti attorno a ciò che è libero, già libero, non a ciò che deve ancora liberarsi (e la liberazione è riservata a pochi, non a tutti; sarebbe un’ingenuità credere il contrario: tutto il resto sarà gettato via, nella spazzatura). È il potere ritrovato, identificato, scoperto, un potere che, per così dire, si ferma solo davanti a se stesso, autoipnotizzandosi. L’osservatore si contempla, dando occasionalmente un’occhiata a ciò che lo circonda. Ciò che guarda viene trasferito nella zona astratta, sradicato, bruciato, reso differenziato. I libri e i testi di Evola, insieme ai suoi gesti e alle sue parole, alle sue passioni e posizioni, sono sguardi dell’osservatore. Possono cadere su qualsiasi cosa: sullo sport (Evola considerava lo sci una degenerazione e l’alpinismo un’occupazione aristocratica), sulla droga (in Introduzione alla magiavengono date istruzioni dettagliate su come sniffare l’etere), sul jazz negro (Evola non amava le danze dei neri), e così via. L’osservatore guarda sempre attraverso, nonché sempre in direzionecontraria rispetto a quanto va di moda all’esterno.

Su “Il Sole di Mezzanotte” di Aleksandr Dugin

Qualche giorno fa mi trovavo a Siena, ed ero seduto assieme a mia moglie sui muretti che circondano la straordinaria piazza Duomo. Vi ero stato una sola volta, in precedenza, e non mi ero del tutto soffermato sulla facciata della Cattedrale. Complice il tramonto, cheproiettava ombre dechirichiane sulle geometrie basse e raggi infuocati su quelle alte, e mio alleato un buon bicchiere di Chianti (rigorosamente naturale), mi sono concentrato sul ciclo di statue di Giovanni Pisano: un unicum, per il gotico italiano, dentro al quale da sinistra a destra, tutta la Tradizione occidentale annuncia la Venuta di Cristo. Platone, Abacuc, la Sibilla, Re David, Re Salomone e Mosè; Isaia, Balaam, Maria e per chiudere, Aristotele. Tutti a cornice del portale centrale, sovrastato dall’enorme Trigramma di Cristo: un Sole frecciato di color bronzeo.

L’EURASITISMO DI ALEXANDR DUGIN

Il pensiero di Dugin è estremamente complesso, l’obbiettivo di questo breve articolo non è certamente quello di esaurire tale complessità o condensarla in poche battute che farebbero perdere necessariamente la ricchezza rivoluzionaria di questo autore. Quello che mi propongo invece è molto limitato: capire perché Dugin sia oggi l’intellettuale più odiato ed avverso dall’intero mondo occidentale.

Basterebbe informarsi sul contenuto o leggere direttamente l’opera principale di Dugin, ovvero La quarta teoria, per comprendere quanto il nazismo e il comunismo stalinista siano lontani rispetto alle sue idee politiche e geopolitiche. Dugin la chiama quarta teoria perché viene dopo i tre grandi paradigmi politici della storia, ovvero quello pre-moderno, quello moderno e quello post-moderno. Alla modernità appartengono le tre grandi teorie politiche (che non sono solo teorie politiche, ma vere e proprie visioni del mondo) della nostra storia recente: il liberalismo, il comunismo e il nazionalismo e ad esse Dugin dedica un ampio spazio di analisi dei loro rapporti reciproci.

INTRODUZIONE A NOOMACHÌA. LEZIONE 2. GEOSOFIA

L’uomo moderno occidentale ritiene che vi sia un solo mondo, il mondo fisico, e una sola cultura in grado di comprenderlo correttamente, la cultura europea occidentale moderna. Si tratta di una sorta di “verità” che implica un genocidio a tutti gli effetti delle altre culture, poiché coloro i quali non riconoscono questa verità e non seguono questa specifica cultura sono considerati sottosviluppati e dunque soggetti a colonizzazione e obbligati a conformarsi al modello dell’uomo bianco. Una visione prettamente coloniale, a cui si oppongono i multiculturalisti o postmodernisti, i quali asseriscono che vi è sì un solo mondo ma molteplici modi di interpretarlo. Rispetto alla visione puramente coloniale, questa impostazione concede la possibilità ad altri di pensarla in modo differente, ma alcuni antropologi hanno rilevato come la base ontologica di quest’unico mondo, che per i multiculturalisti ammette differenti interpretazioni, sia comunque la proiezione del pensiero europeo occidentale moderno sulla natura, cioè la concezione scientifica della natura europea che si assume essere la realtà oggettiva, interpretata poi soggettivamente e differentemente. In ciò consiste il multiculturalismo.

Dugin e la rivoluzione contro la postmodernità

Come reagire all’estrema follia del nichilismo, che l’intuito visionario di Nietzsche preconizzò quale incubo dell’ultimo uomo? Quale risposta fornire ad una società e una vita liquide (Baumann), nelle quali i confini, le certezze, le identità individuali e collettive, i riferimenti culturali e sociali si diluiscono in un indistinto caos?  Quale alternativa fattuale prospettare alla scientifica decostruzione di tutto ciò che è stabile ed ha forma, al nomadismo omologante, all’incertezza frustrante di moltitudini individualistiche e parcellizzate che, disperate, non riescono ad uniformarsi agli standard e agli schemi imposti dalla società dei consumi e si riducono a masse sradicate di aspiranti consumatori, schiavizzati all’interno del ciclo economico dello sfruttamento turbocapitalista globalizzato? Come ridare forma ad un mondo dove il mercato e non più l’agorà è il centro della polis e l’essere umano – rinnegati gli archetipi dell’uomo e della donna – viene privato persino della sua basilare identità di genere?

IL SOGGETTO RADICALE ALLA PROVA DEL POSTMODERNO

A cosa ambisce questa creatura, cosa vuole dimostrare? È molto difficile dirlo. Sta di fatto che, nella mia visione, ho appreso come questa tendenza abbia per nome Soggetto Radicale. È un soggetto che non perde la propria soggettività, né quando è sostenuto dalle condizioni assolute dell’esistenza e del mondo, né in condizioni diametralmente opposte. Il Soggetto Radicale è una fiamma che arde sia quando il fuoco è acceso, sia quando è spento - quando non c’è più alcuna fiamma. Eppure, egli non cessa di ardere. E se l’intero processo ciclico di degradazione dall’Età dell’Oro all’Età del Ferro fosse una conseguenza dell’avventura del Soggetto Radicale, il quale genererebbe i vari piani di un inferno sempre più condensato, al fine di mettersi alla prova nell’abisso della realtà?

Il tour di Dugin in Italia (giugno 2019)

Così  spiega il prof Aleksandr Dugin ai giovani della Lega  della zona del varesotto, riuniti in un’ala del Castello di Monteruzzo. Siamo entrati in aula: è un sabato pomeriggio piovoso a Castiglione Olona: dagli spalti del castello di  Monteruzzo  si scorgono le  verdi colline   e la pianura  dove il Barbarossa si scontrò con Alberto da Giussano nel 1176.  Racconta un giovane  leghista di Varese: “ dopo la sconfitta, l’Imperatore si rifugiò  proprio in un castello di questa zona“. La Lega Giovani (    ex Giovani Padani)  ha organizzato una insolita lezione di alta strategia politica con il prof. Alexandr Dugin : quasi  un master per  una scuola quadri,  con  due ore fitte di analisi del presente e del futuro e  con una raccomandazione finale fatta dal politologo russo ai giovani emuli di Alberto Da Giussano: “siate lieti di vivere in questo tempo  rivoluzionario”. Il Barbarossa di oggi è il liberalismo estremo – spiega;  gli allievi ascoltano in silenzio la dotta e a volte complicata spiegazione del politologo al centro di polemiche e  di diktat del mondo accademico  tradizionale romano e siciliano.
La lezione ( uno dei tanti appuntamenti del tour culturale che in questo mese vede Dugin  in molte città  e università italiane, organizzato da Europa) verte su liberalismo e comunismo e fascismo che, spiega Dugin, sono  vecchie e obsolete ideologie  del novecento superate dal populismo. Dugin teorizza una quarta teoria politica , esposta in un voluminoso volume. Affari era in aula e vi racconta la lunga lezione del professore russo.

La Quarta Teoria Politica. Il soggetto storico e il nemico ontologico

I tempi tristi che viviamo evidenziano la presenza di una crisi non “congiunturale” ma “di sistema”, di una crisi cioè che mette in discussione per inerzia le fondamenta del sistema dominante, obbligando conseguentemente i pensatori meno conformisti ad immaginare “vie di fuga” che permettano in prospettiva di aprire i “tempi nuovi”. Uno dei filosofi contemporanei che in maniera sistematica e lucida sta indicando una strada per uscire dall’impasse è certamente Aleksandr Dugin, pensatore di prestigio internazionale che ha elaborato la famosa “Quarta Teoria Politica”. La Quarta Teoria Politica è una mirabile costruzione dottrinaria che, sulla base di una lettura non convenzionale dei principali processi storici passati e recenti, offre gli strumenti ermeneutici indispensabili per cogliere la vera natura totalitaria del liberalismo odierno, uscito indiscusso vincitore dalle guerre culturali novecentesche combattute contro la seconda teoria politica- ovvero il comunismo- e la terza teoria politica- i fascismi. Ogni teoria politica degna di questo nome, continua Dugin, pone al centro della sua costruzione ideologica un “soggetto storico” di riferimento, la “classe” per i comunisti” e la “razza” per i nazisti”, mentre il liberalismo classico di stampo post-illuministico (prima teoria politica), “padre” della modernità sorta sulle ceneri dell’ancien regime, poneva e pone al centro del suo ragionamento “l’individuo” e il “denaro”.

Caso Dugin

Anche riconoscendo alla definizione l’inevitabile margine di tolleranza proprio delle generalizzazioni mediatiche, no. Nella sua opera più sistematica, “La quarta teoria politica”, Dugin analizza le tre teorie che hanno animato la storia politica del Novecento: liberalismo, comunismo e fascismo/nazional-socialismo, e ne propone una quarta in grado di superarle, dialetticamente, tutte. In un’ottica descrittiva, quindi, non si può ritenere Dugin più “fascista” di un Renzo De Felice. In un’ottica prescrittiva, si scambia per nazismo quello che, alla lontana, può rassomigliare piuttosto a un etno-nazionalismo, nel quale però, a ben vedere, la razza non è affatto l’elemento cardine, e l’accento è piuttosto posto sull’elemento imperiale – e non nazionale/nazionalista! – che caratterizza la Russia.

Il divieto al filosofo russo Dugin è l’ultimo atto di un sistema in agonia

Ecco, l’Università di Messina, nel chiudergli le porte avrebbe «tenuto conto anche delle numerose perplessità manifestate da molti docenti e delle controverse posizioni ideologiche del relatore». In pratica, il filosofo russo sarebbe colpevole di credere nelle proprie idee, di aver rivalutato il pensiero di un altro grande, Julius Evola, e soprattutto, di costituire un pericolo per la tranquilla e notoria “pace messinese”, di cui sono senz’altro garanti e difensori i compagni delle associazioni partigiane. Se non fosse tutto vero, sembrerebbe l’incipit di uno spettacolo di cabaret, visto che si sfiora il ridicolo…

Poco male, comunque: nonostante la revoca dell’uso dei locali dell’università l’appuntamento con Dugin si terrà comunque: sarà alle 18,30 non più a Messina ma nella sede del consiglio regionale a Reggio Calabria: si discuterà di geopolitica e della crisi del modello globalista. Insomma, una conferenza che definire pericolosa è divertente e nella quale non c’è alcuna traccia del preteso spauracchio neonazista annunciato dai “partigiani” di casa nostra sempre pronti a dare patenti di fascismo a chiunque sfugga al loro controllo ideologico.

Da Roma è cominciata la morte del globalismo

"È l'idea di un mondo multipolare, dopo quello unipolare che il globalismo di radici anglosassoni vorrebbe continuare a imporre. Putin ha scritto un bell'articolo in cui parla di un filo che unisce Lisbona a Vladivostok".

Idee che coincidono con le sue....

"Non si tratta di indebolire l'Europa come paventa qualcuno. Al contrario: vogliamo un'Europa indipendente che ricostituisca la sua sovranità. La civiltà europea occidentale si coniuga alla civiltà russa ortodossa, con l'inclusione di altri popoli e culture rispettando di ciascuno identità e differenze. Il populismo è alleato naturale di tutti quei Paesi come Russia, Cina, India e gli Stati islamici, che vogliono trovare posto degno nel mondo multipolare".

Però un po' inquieta la foto della crociera sulla Neva di Putin e Xi Jinping, e gli accordi appena siglati tra Russia e Cina cominciando da quello per Huawei sul 5G. Lei è proprio convinto che il capitalismo cinese sia preferibile?

Ora i “democratici” fanno sloggiare pure Noam Chomsky..

“Ho invitato otto relatori, afferma Emanuele Franz da noi interpellato. Pensa che all’inizio ne volevo almeno il doppio, perché il mio obiettivo era ed è l’espressione di pensieri agli antipodi: io per primo voglio il confronto fra punti di vista differenti. Ed è quello che ho fatto: l’incontro di Alexandr Dugin e Chomsky è l’incontro di due mondi lontani e ancora contrapposti, USA e Russia“. E ora che succede? “Nulla: nonostante le polemiche, il convegno si farà. Udine tiene duro. Antidemocratici sono i nostri accusatori: non si può processare il pensiero! Cosa vogliamo fare?, processare anche Nietzsche e Marx?“

LA PROSSIMA PATRIA DELL’ANIMA Schede primarie Visualizza(scheda attiva)Modifica

La Quarta teoria politica è l’invito a sviluppare una teoria critica della potenza ideologica egemone del XXI secolo, il liberalismo, senza cadere nel comunismo nel nazionalismo o nel fascismo, che credo siano trappole ideologiche. Il terzo totalitarismo è quello liberale, è quello peggiore perché è l’unico rimasto, e per poterlo combattere occorre oltrepassare i vecchi impianti ideologici ormai inefficaci e spesso strumentalizzati dal sistema e appunto andare oltre, nella direzione della Quarta teoria politica che presuppone una messa in discussione integrale, radicale del Moderno e quindi muove da un orizzonte che il totalitarismo liberale non può in alcun modo assorbire. Il Soggetto Radicale appartiene alla filosofia all’antropologia alla metafisica, perché credo che oggi noi entriamo nella fase in cui la natura dell’uomo si trasforma, è molto probabile che perderemo la nostra umanità in favore dell’intelligenza artificiale, in un’epoca in cui l’utopia del transumanismo minaccia da vicino l’umanità. Avvicinandoci alla fine dell’umanità bisogna provare con tutte le forze a ridefinire l’uomo, a tornare ad interrogarci sulla sua interiorità, sulla sua natura, sulla sua corretta definizione. Per questo, credo, il concetto di Soggetto Radicale si avvicina a quello heideggeriano di Dasein, la figurazione concettuale dell’Io sono. Questa figura del Soggetto Radicale appare alla fine, nel periodo più oscuro della civiltà nel mezzo del caos e non prima, come nella poesia di Holderlin dove ciò che salva appare nel massimo pericolo: all’apice del processo in cui l’umano rischia di essere annichilito dal trans umano. E’ l’ emergenza assoluta dell’interiorità dell’uomo.

ITINERARIUM MENTIS IN DUGIN. O, DELLA FECONDITÀ DELLA LETTURA

La filosofia politica di Dugin e la sua iper-(mal)-citata Quarta Teoria Politica – cui, si badi bene, va tutto il nostro interesse e a cui abbiamo intensamente lavorato – sono una sola declinazione disciplinare di una proposta teoretica, metodologica ed esistenziale assai più ampia. La quale, ridotta con il liberalissimo rasoio di Ockham, è in ultima istanza un invito all’esercizio di una riflessione organica sulla contemporaneità postmoderna, sui suoi limiti, e sulla possibilità, nel confronto critico e pluralistico con le diverse tradizioni, di una riconquista da parte dell’uomo di una integralità che sia insieme interiore ed esteriore. Di quella “libertà per” – e qui ci spiace scomodare Julius Evola, che in questi giorni ne ha viste delle belle – che «è l’assoluta negazione e l’assoluta affermazione, l’abisso, l’eternità da cui fiorisce un mondo libero, nudo, aprovvidenziale, un mondo di autarchie in luce e in tenebre». Così è scritto a conclusione di Fenomenologia dell’Individuo Assoluto, un modernissimo affresco di irradiazioni anticonservatrici e, proprio per questo, tradizionali (nel senso della Sophia Perennis).

INTRODUZIONE A NOOMACHÌA. LEZIONE 1. NOOLOGIA: LA DISCIPLINA FILOSOFICA DELLE STRUTTURE DELL’INTELLETTO

Il termine Noologia designa una nuova disciplina filosofica. Noologia è un neologismo derivante da due termini greci: νοῦς (“nous”) e λόγος (“logos”). Logos indica la parola, il discorso o l’indagine. Quindi, la Noologia è la disciplina che studia il Nous. Ma cos’è il Nous? Lo si può tradurre con mente o intelletto, o ancora coscienza. Un qualcosa che giace nelle profondità della mente umana. Sorge dunque spontanea la domanda: cosa si intende per umano? L’uomo è un essere che si differenzia da ogni altro nel mondo per una sola cosa: il pensiero. Ogni altra qualità è condivisa con gli altri esseri viventi, ma il pensiero costituisce un’esclusiva dell’essere umano, il quale può essere quindi definito come una creatura pensante o essere pensante. Di conseguenza, il pensiero è per definizione umano. Tutti i viventi hanno un corpo e diverse istanze ad esso correlate (tutti proviamo dolore fisico, piacere fisico, e così via), ma nessuna creatura eccetto noi nel mondo vivente dispone di un intelletto ed è in grado di pensare. Il pensiero o Nous, allora, costituisce l’essenza dell’uomo. Tutti gli altri aspetti della vita sono comuni all’uomo quanto alle altre creature ma il pensiero, l’intelletto, è un aspetto unico dell’uomo ed è ciò che ci rende umani. Essere un umano significa essere una creatura pensante. Così, il Nous è la radice più profonda dell’essere umano, dell’umanità. Noi siamo umani perché vi è in noi il Nous.

Kemi Seba: La speranza africana di un mundo multipolare

Il leader panafricanista ha compreso che lo studio congiunto della storia del suo popolo, della geopolitica e della metafisica costituiva il prerequisito fondamentale per una vera lotta per l’indipendenza.  Egli è riuscito, con la forza della strategia e la conoscenza delle strade africane, a domare un concetto tuttora progettato e concepito da e per l’Occidente, vale a dire la società civile. Fondendo la circonferenza di quest’ultima (composta generalmente da ONG allattate alle mammelle dell’Europa o degli Stati Uniti) con la strada reale, egli ha brutalmente abbattuto le barriere e disimpegnato uno spazio metapolitico che non apparteneva a un popolo radicato, ma in effetti alle élite globalizzate apolidi.

Il ritorno dei bei tempi

In Russia vi sono alcune persone – afferenti a diversi segmenti della società – che la pensano come me e ve ne sono altre, in numero molto maggiore, che avversano le mie idee. Lo stesso vale per gli altri paesi. Vi sono tradizionalisti in Europa, negli Stati Uniti, nel mondo islamico (soprattutto in Iran e Turchia), in Cina, India, America Latina e Africa, che condividono questo approccio. È ovvio che la maggioranza assoluta non lo condivida. Il fatto che sia così non è strano. In questi tempi, la maggioranza si suppone sia sotto l’ipnosi dell’Anticristo (globalismo, liberalismo, ontologia orientata agli oggetti, intelligenza artificiale e così via). Sono felice che vi siano persone, movimenti e talvolta leader politici di spicco che condividono la visione tradizionalista, sia pure in modo parziale, pragmatico o – molto più di rado – nel suo complesso. So che esistono persone del genere negli Stati Uniti, soprattutto tra i sostenitori di Trump. Sono felice di questo. E così dovrebbe essere: la Battaglia Finale non può limitarsi entro i confini nazionali. È un evento dell’umanità intera, che concerne tutta la storia umana. Il se-Stesso del Dasein combatte contro das Man (inteso come l’inautentica forma di esistenza del Dasein) per risolvere il problema dell’«Essere o non essere?» Questa è la linea di demarcazione. Non è una questione di vecchie ideologie (liberalismo, comunismo o fascismo), né una guerra tra nazioni, religioni, «razze» o civiltà. È l’Eternità contro il Tempo. È l’Assoluto contro il Relativo che finge di essere a sua volta assoluto. È Platone-Heidegger-Guénon contro Epicuro-Descartes-Popper. È il Sacro contro il Profano.

VERSO UNA GEOPOLITICA MULTIPOLARE (ANCORA SUL CONCETTO DI HEARTLAND DISTRIBUITO)

Oggi ci troviamo a discutere del mondo multipolare e di come la Russia, nonostante le terribili perdite subite, abbia conservato la sua sovranità, sia rientrata nella storia, si sia rimessa in sesto e sia riuscita a tirarsi fuori – anche se solo parzialmente – dal dominio della Quinta colonna posta al suo interno. Al contempo, l’egemonia unipolare della potenza marittima si è in qualche modo affievolita, in conseguenza ad alcune vittorie conseguite sulla scena internazionale dalla Russia. In ogni caso, è evidente che Fukuyama aveva annunciato prematuramente la fine della storia e la vittoria globale del liberalismo. Siamo stati effettivamente prossimi a questo, e possiamo dire di aver vissuto davvero nel mondo unipolare, ma questo mondo unipolare non poteva essere reso eterno, non poteva affermare se stesso, e dunque non è diventato altro che un momento, un episodio.

HEARTLAND DISTRIBUITO: L’IMPERATIVO DI UNA NUOVA GEOPOLITICA

Esiste un Heartland russo, eurasiatico, ma esso non può affermarsi come potenza terrestre da solo. Di conseguenza, è necessario guardare attentamente all’Heartland europeo: ad esempio, considerando l’alleanza con l’asse francotedesco (Parigi-Berlino-Mosca). L’Europa continentale può essere considerata come un altro Heartland – che dovrebbe essere amichevole nei confronti dell’Heartland russo, ma che costituisce un fenomeno autonomo e indipendente. Un’altra questione è quella relativa all’Heartland cinese. Se riconosciamo alla Cina lo status di Heartland, ne sottolineiamo l’aspetto conservatore: la Cina come potenza di Terra. Allorché la Cina si dichiarasse Heartland contro la Russia, proprio come la Germania di Hitler si dichiarò Eurasia contro la Russia, sorgerebbe immediatamente un conflitto. Tuttavia, nel caso di un Heartland distribuito (diffuso), questo acquisisce un significato completamente diverso.

La filosofia per un nuovo inizio. Heidegger letto da Dugin

L’interesse di Dugin nei confronti del pensiero heideggeriano parte dalla condivisione della prospettiva politica della Konservative Revolution, che è stata proficuamente rielaborata ed incanalata dall’autore russo nella sua Quarta Teoria Politica. La fascinazione nei confronti di Heidegger è tuttavia, ancora primariamente, di natura teoretica – com’è evidente nel saggio qui considerato, in cui le sezioni di filosofia politica sono alquanto ridotte – ed è essenzialmente riposta nella torsione speculativa tramite cui Heidegger ha ripercorso l’intera storia del pensiero occidentale riconoscendo in essa un costante “oblio dell’Essere” (Seinsvergessenheit) e ponendo le basi per una “visione del mondo” (Weltanschauung) radicalmente “altra” rispetto ai paradigmi sostanzialisti e dualisti propri della metafisica occidentale. Una postura teoretica, questa, che Dugin ricostruisce con grande acume, illustrando gli snodi principali del pensiero heideggeriano: dal concetto di “esserci” (Dasein), inteso pure come “essere-in” (Insein) ed “essere-con” (Mitsein), analizzato in Essere e tempo (Sein und Zeit) congiuntamente alle nozioni di “situazione affettiva” (Befindlichkeit), “cura” (Sorge) e “gettatezza” (Geworfenheit), alla tematizzazione dei concetti di “chiacchera” (Gerede), “autenticità” (Eigentlichkeit), “Essere per la morte” (Sein zum Tode), “Si” (Das Man), dalla “differenza ontologica” (ontologische Differenz) fra essente (das Seiende) ed Essere (Sein), alle tappe dello sviluppo storico della metafisica occidentale, la prosa di Dugin ricostruisce efficacemente l’impianto dell’ontologia fondamentale di Heidegger. È una trattazione chiara e condivisibile, da cui spesso emerge la profonda ammirazione nutrita nei confronti di un filosofo che viene riconosciuto da Dugin non semplicemente come un “grande” della filosofia occidentale, ma precipuamente come «il più grande» (the greatest), tanto da occupare il ruolo di «ultimo profeta» (last prophet) e di autentica «figura escatologica» (eschatological figure). Se tale afflato a tratti agiografico e apocalittico, peraltro tipico della tradizione russa, percorre in modo problematico le pagine del saggio, è pur vero che in altri luoghi del medesimo testo Dugin riconosce come Heidegger costituisca piuttosto un imprescindibile segnavia, una Wegmarke tramite cui orientarsi autonomamente nel mondo, proprio in quanto invita a corrispondere alle problematiche che pro-vocatoriamente dal mondo promanano, non certo una figura da idolatrare secondo una statica reificazione di un pensiero che è invece intrinsecamente processo e potenza dinamica.

Nella direzione della Quarta Teoria Politica - Mutuando Dugin

Questa dissertazione non apparirebbe conducente se non facessimo delle dovute
premesse, ossia, identificare le tre principali teorie politiche, nell’ordine: liberalismo,
comunismo e nazionalismo/fascismo. E’ indubbio che tutte e tre appartengono alla
Modernità del pensiero politico e trovano posto esclusivamente nell’ambito di quel
periodo che gli storici definiscono “della storia moderna”, sebbene il Fascismo affondi
le sue radici valoriali nel ben più solido terreno della Tradizione. Fatto questo
distinguo è innegabile che storicamente e socialmente esse siano tutte e tre
essenzialmente moderne e hanno a che fare con la mappa ontologica (epistemologica)
e gnoseologica della filosofia dei Lumi con il concetto cartesiano del soggetto come
centro.

l populismo è un elemento della democrazia

Un intellettuale controcorrente, libero e rispettato. Questo è Alain De Benoist, da oltre quarant’anni punto di riferimento di una cultura non elitaria ed arrogante, ma non per questo meno autorevole e ricca di spunti di riflessione. Non è un caso che il saggista francese venga spesso interpellato in patria e oltralpe per commentare i fatti della politica ed i cambiamenti ai quali stiamo assistendo negli ultimi anni. In questa intervista De Benoist, con la profondità di pensiero che lo contraddistingue,si sofferma sul fenomeno populismo al quale schiere di studiosi della politica e delle scienze sociali dedicano articoli e libri. «Il populismo – afferma De Benoist – è un elemento della democrazia da non confondere con l’estrema destra».

Vale ancora la pena di parlare di destra e sinistra come categorie di contrapposizione politica?

Da almeno mezzo secolo la differenza tra destra e sinistra è diventata sempre più obsoleta. Non ci consente di analizzare i rapporti di forza in campo politico. Ciò significa che tutti i principali avvenimenti politici degli ultimi anni si sono uniti ai notevoli cambiamenti sperimentati dalla società. Hanno creato nuove divisioni che hanno pure interessato i concetti di destrae di sinistra. La vecchia destra e la vecchia sinistra sono scoppiate, in particolare, sotto la spinta del populismo la cui ascesa è stata accompagnata dal declino o dalla scomparsa deivecchi partiti di governo. È un fenomeno al quale assistiamo, a vari livelli, in tutti i Paesi europei. Si pensi, ad esempio, al governo italiano. In Francia i due contendenti delle ultime elezioni presidenziali, Macron e Le Pen, avevano in comune il desiderio di andare oltre il concetto destra-sinistra. Questo è il motivo per cui l’elezione di Macron ha avuto una diretta influenza da voi, comportando una rivisitazione generale del panorama politico.

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