4pt

HEIDEGGER, L’ISLAM E LA QUARTA TEORIA

Riguardo al rapporto che può e deve intercorrere tra Islam e Quarta Teoria Politica si pongono alcuni problemi di natura teorica superabili attraverso il cammino del pensiero. Tali questioni si collocano essenzialmente nella sfera del Soggetto, sul concetto di reversibilità del tempo e sulla localizzazione spazio-temporale dell’Ereignis-Evento inteso come “nuovo apparire divino”: ovvero il passaggio nell’ambito di una nuova dedizione dell’Essere attraverso la quale risplenderà ciò che realmente è. Un simile percorso speculativo dell’intelletto necessita di una premessa fondamentale.

Il prof. Claudio Mutti, nella sua opera Esploratori del Continente, riporta il fatto che durante la conferenza, tenutasi a Teheran nel 2005, sul tema “Heidegger e il futuro della filosofia in Oriente e in Occidente”, il prof. Shahram Pazouki stabilì un confronto tra il filosofo e mistico persiano medievale Sohrawardi (lo Shaykh al-Ishraq – colui che sviluppò il concetto di Oriente interiore, simbolo della luce della sapienza in opposizione all’oblio occidentale, luogo delle tenebre della materia) e il filosofo tedesco, indicando la gnosi islamica e la filosofia di Heidegger come i mezzi ideali per la comunicazione spirituale tra l’Asia e l’Europa.

É stato lo stesso Heidegger a riconoscere come il confronto con l’asiatico fu per il Dasein greco una profonda necessità. E tale confronto, oggigiorno, rappresenta in maniera assai diversa ed entro un orizzonte molto più ampio la decisione sul destino dell’Europa.

USCIRE DAL XX SECOLO. UN’IDEA NUOVA PER IL TERZO MILLENNIO. PER UNA QUARTA TEORIA POLITICA.

La modernità è stata l’era delle ideologie; la postmodernità dichiara di essere l’epoca del tramonto delle ideologie. La prima affermazione è vera, la seconda è una bugia travestita da verità. L’uomo europeo ed occidentale è stato protagonista delle due grandi rivoluzioni del XVIII secolo, quella americana e poi quella francese, figlie dell’illuminismo, poi ha assistito all’irruzione del nazionalismo nel XIX, ha creduto nelle “magnifiche sorti e progressive “ (T. Mamiani) dell’umanità modellata dal progresso scientifico e tecnico di quel secolo, ha vissuto la Rivoluzione Industriale e poi quella collettivista nella Russia del 1917, ha combattuto due tremende guerre nella prima metà del XX secolo, attraverso le quali ha scoperto la potenza distruttrice delle sue armi, prodotto della conoscenza delle legge fisiche e biologiche della natura.
La seconda parte del XX secolo ha poi cambiato completamente i principi ed i valori in cui erano vissute le generazioni precedenti, e, dopo il 1989 ha visto il tramonto dell’esperienza comunista, a favore o contro la quale si era polarizzato il mondo. Nel corso dei due secoli che possiamo definire “modernità”, per la prima volta nella storia gli uomini si sono divisi sulla base di ideologie, ovvero su visioni della vita, teorizzazioni, rappresentazioni della realtà e della vita, costruzioni concettuali da cui scaturivano amicizie o inimicizie irrevocabili. Nel corso del secolo, un grande giurista di profonda cultura storica e filosofica, Carl Schmitt, tematizzò, nella “Teoria del Partigiano” la nuova figura del nemico assoluto, il nemico ideologico, nei confronti del quale non ci poteva più essere conciliazione, ma solo conflitto.

Focus. Dugin tra Guenon e Putin al tempo della Russia schierata contro il pensiero unico

“Oggi l’Europa occidentale sta nella trappola della modernità e della postmodernità, il progetto della modernizzazione liberale va verso la liberazione dell’individuo da tutti i vincoli con la società, con la tradizione spirituale, con la famiglia, con l’umanesimo stesso. Questo liberalismo libera l’individuo da ogni vincolo. Lo libera anche dal suo gender e un giorno anche dalla sua natura umana. Il senso della politica oggi è questo progetto di liberazione. I dirigenti europei non possono arrestare questo processo ma possono solamente continuare: più immigrati, più femminismo, più società aperta, più gender, questa è la linea che non si discute per le élite europee. E non possono cambiare il corso ma più passa il tempo e più la gente si trova in disaccordo. La risposta è la reazione che cresce in Europa e che le élite vogliono fermare, demonizzandola. La realtà non corrisponde più al loro progetto. Le élite europee sono ideologicamente orientate verso il liberalismo ideologico”.

Maschera e volto del postmodernismo contemporaneo

Ne emerge una nozione complessa, una Medusa, in termini simbolici, che pietrifica la modernità incapace di sostenere lo sguardo sull’immagine della propria stessa aberrazione. Questa gorgone postmoderna si dipana entro una nuova topografia politica, entro cui la polarità destra/sinistra viene sostituita dal dualismo centro (conformismo)/periferia (dissenso). In questa dinamica i principi classici del modernismo sfumano in quelli del postmodernismo: la pressione ideologica si riduce, ma diventa più pervasiva; la dittatura delle idee si invera nella dittatura delle cose, reificandosi ulteriormente; l’eredità della sinistra trotzkista e anarchica, mischiata confusamente con intuizioni sparse dei “filosofi del sospetto” (Freud, Marx e Nietzsche, secondo una celebre definizione di Paul Ricoeur), dell’esistenzialismo e dello strutturalismo crea un nuovo milieu culturale, entro cui tutto è sovrastruttura e l’istanza di liberazione tradizionalmente incorporata nell’idea classica di rivoluzione viene inglobata dal sistema e addomesticata al suo interno; il liberalismo classico si converte nel postliberalismo, celebrato dall’avvento della “fine della storia” (Francis Fukuyama) nella liquidità della global market society, dove i conflitti sono ridotti al minimo. Un sogno di oblio e di alienazione della propria coscienza. Un sogno che la rinascita di conflitti culturali e religiosi, di cui profeta inattualissimo e inascoltato fu Samuel P. Huntington, ha spezzato. Eppure il postmodernismo, quale ideologia dell’Occidente, permane. Si manifesta, secondo Dugin, in una serie di principi, teorici e pratici: il rifiuto della ragione (Deleuze e Guattari); la rinuncia all’idea moderna dell’uomo come misura di tutte le cose (“la morte dell’uomo”); il superamento di ogni tabù sessuale e dello stesso concetto di perversione; la rinuncia a ogni identità, in una post-antropologia del “rizoma” (Deleuze); la distruzione di ogni ordine e gerarchia sociale in favore di un’anarchia controllata dai flussi di capitale. Questi elementi, cui Dugin guarda con radicale criticismo, offrono d’altra parte, mediante lo smascheramento del modernismo, oasi, in senso jüngeriano, da cui ripartire in direzione di un paradigma alternativo. La connivenza fra le forze della sinistra “anticonformista” e il sistema postliberale è evidente: «La Quarta Teoria Politica – scrive Dugin prospettando un modello politico e culturale alternativo – deve estrarre la propria “ispirazione oscura” dalla postmodernità, dalla liquidazione del programma dell’illuminismo e dall’avvento della società dei simulacra, interpretando questo processo come un incentivo alla battaglia, piuttosto che come un destino»

PER UN NUOVO INIZIO DI CIVILTA’: DUGIN LEGGE HEIDDEGER

Metafisica del ritardo: “The Metaphysics of Delay” – con questa espressione Dugin definisce la prospettiva di Heidegger. Consapevoli che tale percorso, a partire dal Primo Inizio presocratico si muove in direzione di un Altro Inizio – quello che dà il titolo al saggio – permaniamo in una realtà temporale di attesa, in cui già si scorgono le luci del Deus Adveniens senza coglierne ancora la forma, o ravvisandone l’identità in figure destinate presto a svanire; è la fase in cui l’intensità temporale si condensa, preparando un’accelerazione che tuttavia, ancor oggi permane nella dimensione del “non ancora”. Tale prospettiva metafisica richiede un ripensamento delle strutture stesse tramite cui considerare l’uomo: «l’uomo dell’Inizio» (the man of the Beginning) sarà quello che, aprendosi alla chiamata dell’Essere, potrà corrispondere all’Evento in cui apparirà “l’ultimo Dio” (Der letze Gott), segnando la fine della metafisica dualista e l’oltrepassamento dello spengleriano tramonto dell’Occidente abitato dall’«uomo della Fine» (the man of the End). Giacché «l’uomo dell’Inizio» si confronta proprio con quell’“ultimo Dio”.

COUNTER-HEGEMONY IN THE THEORY OF THE MULTIPOLAR WORLD

Although the concept of hegemony in Critical Theory is based on Antonio Gramsci’s theory, it is necessary to distinguish this concept’s position on Gramscianism and neo-Gramscianism from how it is understood in the realist and neo-realist schools of IR.

The classical realists use the term “hegemony” in a relative sense and understand it as the “actual and substantial superiority of the potential power of any state over the potential of another one, often neighboring countries.” Hegemony might be understood as a regional phenomenon, as the determination of whether one or another political entity is considered a “hegemon” depends on scale. Thucydides introduced the term itself when he spoke of Athens and Sparta as the hegemons of the Peloponnesian War, and classical realism employs this term in the same way to this day. Such an understanding of hegemony can be described as “strategic” or “relative.”

In neo-realism, “hegemony” is understood in a global (structural) context. The main difference from classical realism lies in that “hegemony” cannot be regarded as a regional phenomenon. It is always a global one. The neorealism of K. Waltz, for example, insists that the balance of two hegemons (in a bipolar world) is the optimal structure of power balance on a world scale[ii]. R. Gilpin believes that hegemony can be combined only with unipolarity, i.e., it is possible for only a single hegemon to exist, this function today being played by the USA.

In both cases, the realists comprehend hegemony as a means of potential correlation between the potentials of different state powers. 

Gramsci's understanding of hegemony is completely different and finds itself in a completely opposite theoretical field. To avoid the misuse of this term in IR, and especially in the TMW, it is necessary to pay attention to Gramsci’s political theory, the context of which is regarded as a major priority in Critical Theory and TMW. Moreover, such an analysis will allows us to more clearly see the conceptual gap between Critical Theory and TMW.

Alain De Benoist, Alexandr Dugin, Eurasia, Vladimir Putin e la grande politica

Le edizioni Controcorrente di Napoli hanno recentemente dato alle stampe un interessantissimo libro intitolato Eurasia, Vladimir Putin e la grande politica. Coautori, due pezzi da novanta del calibro di Alain De Benoist e Aleksandr Dugin, che in forma d’intervista, la quale a più riprese assume i connotati di un vero e proprio dialogo, esaminano, delucidandole anche al lettore meno esperto, le questioni che ruotano attorno all’idea-forza di “Eurasia”.

L’interesse di queste 142 pagine sta già sinteticamente inscritto nel titolo.

“Eurasia”, per il geopolitico tradizionalista russo, è “una risposta globale ad un problema globale”. Una risposta a suo modo “internazionalista”, anche se le radici del pensiero eurasiatista non possono che trovarsi in Russia.

Per Dugin non vi è dunque alcuna contraddizione tra l’essere russi ed eurasiatisti. Anzi, secondo il punto di vista che egli fa proprio, l’eurasiatismo s’integra alla perfezione, portandola a compimento, con l’anima più profonda del popolo russo, che non è né propriamente “europeo” né esclusivamente “asiatico”.

Dugin, a proposito della Russia, per distinguerla dalle nazioni europee osserva opportunamente che essa non ha mai assunto la forma dello Stato-nazione, perché sentirsi compiutamente russi non ha a che fare con qualsiasi posizione piccolo-nazionalista. Il che ha garantito che la Russia stessa, ieri come oggi, facesse del “pluralismo delle civiltà”, in opposizione al purtroppo celebre “scontro”, un suo irrinunciabile tratto distintivo.

Così non è stato per gli Stati-nazione che, nell’Europa occidentale, si sono formati secondo un processo plurisecolare che ha fatto tabula rasa delle differenze…

Russkaja Ideja. Teoria politica e nuove sintesi nella Russia del XXI secolo

La definizione di un «soggetto storico» è la base fondamentale di ogni ideologia politica, e ne determina la struttura. Il soggetto del liberalismo, si è detto sopra, è l’individuo (libero da ogni appartenenza e identità collettiva); quello del comunismo è la classe; il fascismo ha infine come soggetto lo stato o la razza, rispettivamente nella declinazione italiana (mussoliniana) e tedesca (hitleriana). Qual è, dunque, il soggetto della 4TP? Dugin formula diverse ipotesi. La prima prevede un composto dei soggetti delle teorie precedenti, ossia non l’individuo, la classe, lo stato, l’etnia o la nazione prese per sé, ma una combinazione di tutti gli elementi. Nella seconda ipotesi, partendo da Edmund Husserl, Fernand Braudel e Peter Berger, Dugin apre la prospettiva di una desecolarizzazione (la religione come alleata della politica) o di un recupero della dottrina schmittiana del decisionismo. Altra ipotesi è quella di una sociologia dell’immaginazione. Questa facoltà forma il contenuto dell’esistenza umana in base alle sue strutture interne indipendenti, e viene interpretata come un attore autonomo nella sfera politica, in quanto necessaria per progettare – si pensi alle istanze delle proteste del 1968, che riconoscevano l’importanza politica della facoltà dell’immaginazione con lo slogan «immaginazione al potere». L’ultima ipotesi, quella a cui Dugin riserva più attenzione, candida il Dasein heideggeriano26 come soggetto della 4TP. Non viene chiarito il concetto di «esserci» (come lo stesso Heidegger aveva solo abbozzato una analitica esistenziale), ma ci si limita ad affermare che esso può costruire un modello complesso e olistico per condurre una nuova analisi della politica.

COSTRUIRE IL THINK TANK ANTI-LIBERISTA

Ieri con Dugin ho discusso di quattro temi centrali:

1) La costituzione di un panel di accademici italiani che contribuiscano alla creazione di una struttura di ricerca e di formazione sul pensiero anti-liberista, in collaborazione con le università russe.

2) La necessità di costruire soluzioni economico-imprenditoriali che svincolino le aziende e gli Stati dal debito, restituendo alla moneta la fondamentale funzione di unità di misura e di strumento di politica economica a servizio della prosperità e dello sviluppo armonico della società civile.

3) La riconsiderazione di una moneta continentale che affranchi i Paesi dal debito, riconosciuto come primo fattore di asservimento alle oligarchie finanziarie che hanno messo sotto scacco l’Europa e attentano alla sicurezza della Russia.

4) La pubblicazione in italiano del suo ultimo libro “La quarta teoria politica”, già tradotto in una dozzina di lingue, che sarà sponsorizzato congiuntamente da Noi Sovrani e da Lombardia-Russia.

La Lega: "Ultima speranza per l’Italia"

Le sanzioni alla Russia sono state un boomerang per l’economia italiana. A chi giovano?

«La stragrande maggioranza degli italiani sono a favore degli accordi con la Russia ma Matteo Renzi è limitato nelle sue possibilità a causa delle pressioni dei circoli finanziari internazionali».

Se Renzi «non corrisponde» chi potrebbe allora?

«L’unico politico che può rappresentare gli interessi reali degli italiani è Matteo Salvini, perché Berlusconi non gioca più un ruolo importante. Questa stella emergente di Salvini invece, che sostiene il nuovo polo di dialogo con la Russia, è la compensazione di questa mancanza di democrazia sostanziale incarnata da Renzi».

Cosa pensa, a proposito, del gruppo euroscettico appena nato nel Parlamento europeo?

«La coalizione degli euroscettici rappresenta l’alternativa ideologica a questa onnipotenza mondialista. Non è un fenomeno marginale, ma centrale per la politica europea».

 

Aleksandr Dugin, il filosofo antiliberale di Putin che flirta con la Lega

Può il mondo uniformarsi ad un unico modello politico, culturale ed antropologico? Possono gli Stati Uniti attribuirsi una funzione egemonica da un punto di vista geostrategico a scapito del BRICS, le nuove nazioni emergenti? È questa, in sintesi, la domanda posta lunedì 22 giugno allo Spazio Melampo di Milano durante il convegno patrocinato dall’Associazione culturale Lombardia-Russia – legato alla Lega Nord – e dal Circolo Prudhon, associazione culturale “non conformista” – di destra – che presentava il saggio autoprodotto “La rinascita di un Impero – La Russia di Vladimir Putin”, con la prefazione di Alain de Benoist, teorico della Nouvelle droite (‘Nuova destra’) e dell’Europa federale antiamericana, molto apprezzato dagli ambienti più conservatori del Carroccio e del populismo europeo. La locandina sul sito dell’evento riportava fra gli ospiti d’onore «un intellettuale russo di rilievo internazionale». Si tratta di Aleksandr Dugin, il teorico del neoeurasiatismo vicino a Vladimir Putin, traduttore in russo di Julius Evola.

Russia, parla Dugin, il guru di Putin: "Isis strumento degli Usa, stiamo andando verso il disastro".

In questo momento storico si parla molto di sanzioni alla Russia. Lei le vive sulla sua pelle perché ha delle difficoltà a viaggiare nei Paesi alleati degli Stati Uniti. Per quale motivo? 

Le sanzioni contro di me sono in vigore negli Stati Uniti ma non ancora in Europa. Vedremo col passare dei mesi o degli anni cosa succederà. È importante perché io sono il primo uomo che è stato sanzionato dagli americani per le sue idee: per i miei pensieri, per le mie dichiarazioni. Io non faccio parte di nessun gruppo terroristico, sono un intellettuale. Questo è emblematico. La democrazia liberale arriva in un momento di contraddizione: nel nome della libertà di espressione si sanzionano le personalità che esprimono opinioni diverse dal Pensiero unico. L'Occidente condanna i totalitarismi, eccetto il terzo totalitarismo, che è quello liberale che censura nel nome della libertà di pensiero e di espressione. La nostra è una realtà orwelliana, o peggio, viviamo nel "migliore dei mondi" di Huxley: il nostro è un totalitarismo soft».  

Alberto Micalizzi intervista il Prof. Alexandr Dugin

In una giornata di visita in Italia per lui indaffaratissima ho trascorso quasi tre ore a pranzo con Alexandr Dugin, politologo e filosofo considerato il guru di Vladimir Putin, toccando numerosi temi politici ed economici e definendo una base di lavoro sulla quale inizieremo ad interagire da subito.
Dugin non è un economista, ma è anche un esperto di economia. Ho deciso quindi di “sfidarlo” sul terreno concreto dei problemi del lavoro, della crescita economica, della cooperazione tra le aziende e sul ruolo della moneta e della finanza. Questo il risultato.

Libri. “The Fourth Political Theory” di Dugin: orizzonti alternativi al Pensiero Unico

Per Dugin la postmodernità conduce al parossismo le tendenze peculiari della modernità in una disgregazione totale del senso e in una piena destrutturazione del reale, su cui il liberalismo moderno ancora poteva fondarsi. La lezione di Baudrillard, Debord, Deleuze e Guattari è ben nota a Dugin, che affronta il pensiero postmoderno con un atteggiamento per certi versi simile a quello tenuto nei confronti della modernità dai nichilisti attivi e dagli esponenti della Rivoluzione Conservatrice. É la medesima prospettiva assunta da Heidegger quando afferma la necessità di una accelerazione del nichilismo: se davvero si intende superare l’avvento della signoria del Nulla è del tutto inutile produrre nuovi idoli o attestarsi su posizioni meramente conservatrici, giacché solo mediante il compimento destinale del nichilismo si potranno aprire squarci salvifici nel panorama a tinte fosche che si profila all’orizzonte. Così per Dugin la postmodernità è inserita inevitabilmente in un ciclo storico dalla metamorfosi necessaria e inevitabile. La decadenza connessa alla contemporaneità è sintomo della conclusione di un ciclo e pone l’uomo di fronte a un bivio: uniformarsi alle tendenze disgregatrici o, viceversa, cavalcarle e sfruttare l’energia in esse latente. Così Dugin dimostra un’accurata conoscenza del pensiero postmoderno e si serve persino di alcune intuizioni sorte in tale fermento culturale al fine di disintegrare completamente le certezze della modernità liberale e condurre l’uomo alla soglia del caos, di quel precategoriale originario che è fonte perenne della totalità manifesta e precede, secondo Dugin, la visione cristallizzata dell’Essere propria della metafisica logocentrica occidentale. Il caos “include in se stesso tutto ciò che è, ma allo stesso tempo tutto ciò che non è. Quindi il caos che include tutto include anche ciò che non è inclusivo (…) quindi il caos non percepisce il logos come Altro, bensì come se stesso” (p. 209). É da questa metafisica del caos che potrà risorgere il logos, che “richiede un salvatore, non può salvarsi da sé. Necessita di qualcosa di opposto a se stesso per essere ripristinato nella situazione critica della postmodernità” (p. 210). Dugin tenta così di innestare nell’arido e spoglio suolo d’Europa un seme rinnovatore, partorito dalla Tradizione in una delle sue forme metamorfiche. Consapevoli che la profezia non è scienza, bensì dono di pochi, non resta che attendere vigili la morte della fenice della nostra Zivilisation in un’attesa accorta e nella costruzione responsabile della sua rinascita come Kultur.

Aleksandr Dugin a Milano: La sfida eurasiatica della Russia

Il professor Dugin ha quindi iniziato la sua dissertazione partendo dalla spiegazione del concetto di Eurasia non tanto nella sua dimensione geopolitica o geografica ma soprattutto nella sua dimensione filosofica: “Il concetto di Eurasia è oggettivo, possiede una sua realtà interiore. È una proposta di civilizzazione alternativa a quella occidentale contemporanea americano-centrica incentrata su: individualismo, mondialismo, diritti umani..”. Questa è la sfida eurasiatica: riproporre il “vecchio mondo” in contrasto al “nuovo mondo”, contrapporre ad una modernità assolutizzata e senza radici una modernità con le sue radici, come quella del “vecchio mondo” russo e europeo.

Dugin ha inoltre specificato che: “L’Occidente non è Europa, l’Occidente è il concetto dell’individualismo che ha trovato la sua manifestazione più completa nella società americana. L’Europa colonizzata culturalmente, geopoliticamente, strategicamente dagli Stati Uniti ha perso la sua identità e le sue radici. L’Europa non è più Europa, l’Europa post-moderna è anti-Europa”. L’Eurasia rappresenta quindi l’idea opposta a quella dell’individualismo e del liberalismo americano occidentale. 

Punto focale di questa prospettiva sono le tradizioni, le radici della civiltà. La tradizione è un qualcosa di vivente, non è una realtà data e fissata per sempre, le radici possono crescere come una forma di vita. La vita delle tradizioni rappresenta la forma più alta del concetto di Eurasia.

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